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Sesto San Giovanni per l'Unesco

 

12. Sul filo della memoria - Down Memory Lane

Antonio Rossini - All'OMEC tra i meccanici

Abbiamo incontrato l’ingegner Antonio Rossini. Aveva con sé alcune fotografie e molti ricordi da raccontare. Dopo il primo incontro gli abbiamo chiesto un’intervista. L’intervista è stata organizzata dalla Fondazione ISEC.

Una breve biografia

Antonio Rossini è un sestese d’adozione. Nasce a Faenza nel 1931, ultimo di cinque figli, e, rimasto presto orfano di entrambi i genitori, entra nel 1942 nell’orfanotrofio maschile di Faenza. Grazie al sostegno del direttore dell’istituto, don Vincenzo Liverani, Antonio riesce a frequentare il liceo classico Torricelli. Uscito dall’orfanotrofio nel 1951 si iscrive alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna e, con l’aiuto dei fratelli, si laurea nel 1956.
Si trasferisce a Sesto dopo la laurea e qui ha inizio la sua attività lavorativa. Il suo primo posto di lavoro è alla Breda siderurgica.
Dopo una breve esperienza all’IBM e una tappa alla Montecatini di Pesaro, Rossini rientra a Sesto dove inizia la lunga permanenza alle AFL Falck.

Veduta aerea anni ’50 delle aree Falck
Aree Falck. Veduta aerea anni ’50.
Entra in Falck nel 1963 e rimane all’OMEC dello stabilimento Unione fino al 1983, passando da impiegato di prima categoria a caporeparto a dirigente.
La sua carriera non si chiude alla Falck, ma include la vicepresidenza all’UNSIDER (Ente nazionale di unificazione siderurgica), la presidenza alla ACCAM (il consorzio di comuni dell’Alto Milanese e Basso Varesotto che si occupa dello smaltimento e della termovalorizzaazione dei rifiuti) e una lunga collaborazione con il Politecnico di Milano, cattedra di Siderurgia. Ma la Falck costituisce il cuore della sua esperienza lavorativa.
Il signor Rossini vive tuttora a Sesto San Giovanni con la moglie, che ha sposato nel 1962, le due figlie e i sei nipoti.

L’arrivo a Sesto e l’esperienza all’OMEC

Antonio Rossini e Giuseppe Granelli in visita all’OMEC

Il signor Antonio vuole essere chiamato Rossini: "In Falck ci si chiamava per cognome e sono rimasto Rossini per gli amici ex colleghi della Falck".
Dunque il signor Rossini ci ha raccontato della sua vita a Sesto e della Sesto che ha conosciuto lui, di come l’ha vista crescere e trasformarsi. Ha parlato soprattutto della sua esperienza all’OMEC, della cultura del lavoro, della Falck e delle persone che ci lavoravano.

La foto risale a settembre 1999. Rossini con il leader storico del sindacalismo Falck, Giuseppe Granelli, operaio attrezzista nel reparto Omec. I due sono in visita nostalgica nell’Officina Omec ormai spogliata di ogni macchinario.

Durante l’incontro il signor Rossini ha pronunciato queste parole:

“Al tempo se a Faenza chiedevi a qualcuno cos’era un meccanico, ti rispondeva che era chi riparava le biciclette. Qui a Sesto un meccanico, già quando sono arrivato io, era ben altra cosa. Se eri di fuori, andare a lavorare a Sesto sembrava quasi di andar sulla luna. Soprattutto per un ingegnere.
Nel 1956, da neolaureato, sono stato ammesso a frequentare un corso di addestramento presso l’Istituto Scientifico Ernesto Breda. Quando sono arrivato a Sesto San Giovanni, la città mi è apparsa affascinante pur con tutti gli aspetti negativi che la forte presenza di fabbriche comportava. Ho avuto l’impressione di essere stato trasportato improvvisamente nel futuro.
Marchi che per me erano un mito - Marelli, Breda, Campari, Pirelli - qui erano la realtà quotidiana!”

Sono parole che descrivono bene la sensazione di chi tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 arrivava in città, una città che era tutta un’enorme fabbrica e una fabbrica all’avanguardia. E la magia stava proprio in questo: nella portata del fenomeno.

Anni ’30, OMEC - spalla per gabbia di laminazione per impianti Falck  

 

La Falck, chiamata dai sestesi la "ferriera", pur nelle sue dimensioni imponenti, non era separata dalla città. Un cartello all’incrocio tra viale Italia e via Trento avvertiva “Attenzione passaggio pera con ghisa liquida”, perché dal Vulcano usciva il carro per il trasporto della secchia di colata (chiamata "pera") diretta all’acciaieria dello stabilimento Unione.

Quando il signor Rossini viene assunto come impiegato all’OMEC nel 1963, l’Officina era un reparto coordinato con tutte le officine del gruppo Falck e molto grande: ci lavoravano circa 300 operai. L’Officina meccanica della Falck era molto quotata in campo nazionale nell’ambito della grossa meccanica. 
Il signor Rossini dice: "Più bella della nostra officina c’erano quella dell’Innocenti e la Franco Tosi. La Marelli non era così bella. L’officina elettromeccanica della Breda era pari alla nostra."

La foto che vedete a sinistra risale agli anni ’30 ed è stata scattata all’interno dell’OMEC. Mostra una spalla per gabbia di laminazione per impianti Falck. La fusione è stata prodotta dalla Fonderia Falck Unione Falck e lavorata nell’officina OMEC.

All’OMEC si lavoravano di fino pezzi che provenivano dalle altre produzioni Falck. Lavorare all’OMEC dava l’opportunità di conoscere tutti i reparti Falck. La professionalità delle maestranze era di altissimo livello. L’OMEC era in grado di approntare macchinari di ogni genere per gli stabilimenti Falck o i clienti esterni, con pezzi singoli con un peso fino a 80 tonnellate, prodotti nella Fonderia Unione. E soprattutto l’officina era capace di ripristinare l’efficienza dei macchinari in caso di guasti anche disastrosi.

All’OMEC lavoravano i “meccanici”, sorta di aristocrazia della Falck, artigiani quanto a perfezionismo. Gli altri in Falck erano i “siderurgici”. I meccanici dell’OMEC si consideravano un’élite. Ma, nello stesso tempo, non erano destinati alla grossa produzione, vanto dei siderurgici, che a loro volta andavano molto fieri del loro ruolo.

anni ’70, OMEC - dritto di poppa
Rossini ci mostra questa foto  scattata all’OMEC negli anni ’70.
E’ un dritto di poppa, in quattro pezzi, destinato al Cantiere navale Breda di Porto Marghera. I pezzi fusi in acciaio dalla Fonderia Falck Unione (in quattro esemplari) sono all’OMEC in fase di tracciatura prima della lavorazione meccanica.

A questo punto il signor Rossini ci parla del tracciatore, della sua speciale abilità. Tra i tracciatori, i "navali" erano i più qualificati.
Il getto veniva posizionato sul piano di tracciatura, dove in precedenza era stato riportato il disegno del pezzo. Il pezzo era ricoperto di biacca. A questo punto il tracciatore, per mezzo di una punta di acciaio, riportava sulla fusione tutte le quote del disegno.
L’operazione richiedeva grande precisione e serviva a centrare perfettamente il getto rispetto alla figura del disegno. Solo dopo questa operazione si poteva procedere alla lavorazione meccanica.
La matita d’acciaio usata dal tracciatore si chiamava "truschino".
Sono termini di cui bisogna inseguire il significato dentro le foto e le parole dell’intervistato per non perdersi.

Il signor Rossini ci ha portato molte fotografie di pezzi prodotti per cantieri navali. Alcune sono spettacolari!

Antonio Rossini - All'OMEC tra i meccanici si trova in:

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